Epilessia oggi: dati, sfide e innovazioni tra diagnosi, terapie e qualità di vita

L’epilessia è una condizione neurologica complessa, ancora oggi spesso semplificata o fraintesa. I dati più recenti raccontano invece una realtà articolata, che attraversa tutte le età della vita e pone sfide cliniche, organizzative e sociali rilevanti.
Negli ultimi anni, la ricerca ha prodotto importanti innovazioni diagnostiche e terapeutiche; parallelamente, è emersa con chiarezza la necessità di rendere questi progressi accessibili attraverso percorsi strutturati e continui.

Un dato che cambia la prospettiva: l’epilessia cresce con l’età

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’epilessia non è una condizione prevalentemente infantile.
I dati clinici mostrano che l’incidenza raggiunge il suo picco dopo i 75 anni, con circa 180 nuovi casi l’anno ogni 100.000 persone, superando nettamente quella osservata nell’infanzia.

Questo fenomeno è destinato ad accentuarsi con l’invecchiamento della popolazione. La Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) sottolinea come l’epilessia rappresenti oggi il disturbo neurologico più frequente nell’anziano dopo le malattie cerebrovascolari e le demenze.

Epilessia a esordio tardivo: cause note e aree grigie

Nell’età avanzata, l’epilessia presenta caratteristiche diverse rispetto alle forme pediatriche.
Le crisi sono spesso focali e possono essere correlate a condizioni comuni nella terza età, tra cui:

  • patologie cerebrovascolari
  • infezioni del sistema nervoso centrale
  • tumori cerebrali
  • malattie neurodegenerative, in particolare la malattia di Alzheimer

Accanto a queste forme, resta un elemento clinico rilevante: tra il 25% e il 50% delle epilessie dell’anziano non presenta una causa identificabile, anche dopo indagini approfondite. In questi casi, le crisi possono comparire in persone che, al di fuori degli episodi epilettici, godono di buone condizioni di salute.

Crisi meno evidenti, diagnosi più complesse

Una delle principali criticità riguarda il riconoscimento clinico.
Nell’anziano, le crisi epilettiche non sempre si manifestano con convulsioni. Sono frequenti:

  • brevi alterazioni della consapevolezza
  • rallentamento o comportamenti inappropriati
  • disturbi transitori del linguaggio
  • episodi convulsivi notturni

Queste manifestazioni possono essere scambiate per disturbi cardiovascolari, cognitivi o degenerativi. Quando le crisi sono frequenti, il declino funzionale può simulare quadri di deterioramento cognitivo, portando a diagnosi non corrette e a percorsi di cura non adeguati.

I numeri in Italia: diffusione e complessità clinica

In Italia si stima che 500.000–600.000 persone convivano con l’epilessia.
Secondo dati real-world basati sulle prescrizioni farmaceutiche, circa 550.000 persone risultano trattate con farmaci anticrisi, con oltre 70.000 nuovi pazienti avviati alla terapia in un solo anno.

Un dato particolarmente significativo riguarda la complessità terapeutica: circa il 23% dei pazienti assume tre o più farmaci anticrisi, indicatore di una forma più difficile da controllare.

Impatto sulla qualità di vita: oltre la dimensione clinica

L’epilessia incide in modo trasversale sulla vita quotidiana.
Le indagini condotte su pazienti e caregiver mostrano un impatto rilevante su:

  • lavoro e scuola
  • relazioni sociali
  • attività sportive e tempo libero
  • progettualità personale e familiare

Alla dimensione clinica si affiancano il peso emotivo legato all’imprevedibilità delle crisi e uno stigma sociale ancora diffuso.
Non va sottovalutato il carico economico: per molte famiglie, le spese sanitarie legate all’epilessia rappresentano una quota significativa del bilancio annuale.

Terapie: efficacia, tollerabilità e nuove opzioni

Farmaci anticrisi

La terapia farmacologica resta il primo pilastro del trattamento.
Negli anziani, in particolare, molte forme focali rispondono bene anche a dosaggi contenuti, a patto di scegliere molecole con:

  • basso impatto sedativo
  • minori effetti su funzioni cognitive e motorie
  • ridotto rischio di interazioni farmacologiche

La maggiore sensibilità agli effetti collaterali rende fondamentale un approccio prudente e personalizzato.

Quando i farmaci non bastano

Circa il 30% delle persone con epilessia non ottiene un controllo soddisfacente delle crisi con la sola terapia farmacologica.
In questi casi, se l’area cerebrale di origine delle crisi viene identificata con precisione, la chirurgia dell’epilessia può offrire benefici significativi. Quando la chirurgia non è praticabile, si valutano opzioni come la neuromodulazione o la stimolazione del nervo vago, con obiettivi realistici di riduzione delle crisi.
(Fonte: Fondazione Veronesi)

Le innovazioni più recenti: cosa è emerso nel 2025

Il 48° Congresso Nazionale LICE (Roma, giugno 2025) ha messo al centro due aree di particolare interesse: epilessie metaboliche e chirurgia sempre più precisa.

Epilessie metaboliche

Si tratta di forme legate a malattie genetiche rare che alterano il metabolismo cellulare. Possono esordire in età pediatrica, ma anche in età adulta con quadri lievi o atipici.
Oggi, grazie a:

  • esami di laboratorio mirati
  • indagini genetiche orientate
  • approcci nutrizionali personalizzati

alcune di queste forme risultano trattabili o prevenibili, se diagnosticate precocemente.

Chirurgia dell’epilessia: più sicurezza nelle aree del linguaggio

Le nuove tecniche di mappatura cerebrale – come risonanza magnetica funzionale, stimolazione magnetica transcranica e approcci intraoperatori avanzati – consentono interventi più sicuri anche in aree funzionalmente critiche. Il successo dipende da una gestione multidisciplinare che coinvolge epilettologi, neurochirurghi, neuroradiologi e neuropsicologi.

Il nodo organizzativo: innovazione disponibile, accesso disomogeneo

Nonostante i progressi, in Italia permangono criticità rilevanti:

  • assenza o mancata implementazione di Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) dedicati
  • forte disomogeneità territoriale nell’accesso ai centri specialistici
  • tempi di attesa e migrazione sanitaria

Su questo fronte si inserisce il Global Action Plan on Epilepsy and Other Neurological Disorders 2022–2031 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che pone l’accento su equità di accesso, presa in carico integrata e miglioramento della qualità di vita lungo tutto l’arco della vita.

Uno sguardo d’insieme

L’epilessia oggi è una condizione in cui conoscenza scientifica e innovazione clinica avanzano rapidamente, ma il beneficio reale dipende dalla capacità di tradurre questi progressi in percorsi accessibili, continui e personalizzati.
La diagnosi corretta, soprattutto nell’anziano, e una presa in carico strutturata restano i fattori che incidono maggiormente sulla qualità della vita delle persone e delle loro famiglie.

Controlli da programmare a inizio anno: guida alla prevenzione per i mesi che vengono

L’inizio dell’anno è tradizionalmente il momento in cui si rimettono in ordine priorità, obiettivi e abitudini. In questo scenario, la salute rappresenta il fondamento su cui costruire ogni progetto personale e professionale. Gennaio, con il suo ritmo più lento e riflessivo, è anche l’occasione ideale per fermarsi, valutare il proprio stato fisico e programmare un percorso di prevenzione strutturato e consapevole.

Fare prevenzione non significa soltanto “non avere sintomi”. Significa, piuttosto, intercettare tempestivamente quelle alterazioni cliniche che inizialmente non danno segnali, ma che nel tempo potrebbero evolvere in condizioni più complesse.

Perché è utile programmare i controlli a inizio anno

Il passaggio dalle festività alla routine quotidiana mette spesso in evidenza piccoli squilibri: variazioni nel sonno, nell’alimentazione o nell’attività fisica possono rivelare cambiamenti metabolici o cardiovascolari che meritano attenzione.

Pianificare i controlli in questo periodo permette di:

  • evitare valutazioni sporadiche e frammentarie nell’arco dell’anno
  • costruire un calendario di prevenzione personalizzato e realistico
  • monitorare in modo continuativo eventuali alterazioni
  • programmare con serenità eventuali approfondimenti

Il primo riferimento rimane sempre il medico di base, la figura più adatta a selezionare gli esami necessari evitando indagini non appropriate.


Il check‑up generale: il punto di partenza

Una prevenzione efficace nasce da una fotografia chiara e completa del proprio stato di salute. Il check‑up generale permette di valutare il funzionamento dei principali sistemi dell’organismo e individuare eventuali alterazioni silenti.

Esami ematochimici di base

Gli esami del sangue rappresentano una fonte preziosa di informazioni. Tra i parametri più significativi:

  • profilo lipidico (colesterolo totale, HDL, LDL, trigliceridi)
  • glicemia
  • funzionalità epatica e renale
  • emocromo completo
  • vitamina D, frequentemente bassa nei mesi invernali

Questi dati costituiscono la base per definire eventuali approfondimenti mirati.


Cuore e apparato cardiovascolare

Il controllo cardiologico non è riservato solo agli anziani o agli sportivi. Valutare il ritmo cardiaco e la funzionalità cardiovascolare attraverso visite cardiologiche con elettrocardiogramma (ECG), permette di identificare precocemente fattori di rischio e vulnerabilità.

La valutazione è particolarmente indicata in caso di:

  • familiarità per malattie cardiovascolari
  • sovrappeso
  • abitudine al fumo
  • periodi prolungati di stress


Screening oncologici: prevenzione mirata e salva‑vita

Gli screening oncologici restano uno degli strumenti più efficaci per individuare lesioni in fase iniziale o precancerosa, quando le possibilità di trattamento e guarigione sono massime.

Per le donne

  • Pap test o HPV test secondo età e linee guida regionali
  • visita senologica, ecografia e mammografia in base all’età e al profilo di rischio

Per donne e uomini

  • mappatura dei nei e visita dermatologica
  • screening colorettale, generalmente raccomandato dopo i 50 anni o anticipato in caso di familiarità


Ossa, postura e apparato muscolo‑scheletrico

Dopo periodi di sedentarietà, dolori articolari e posture scorrette possono emergere con maggiore evidenza. L’inizio dell’anno è il momento ideale per prendersene cura.

  • densitometria ossea (MOC), indicata soprattutto nelle donne in menopausa o in soggetti a rischio di osteoporosi
  • visita fisiatrica o ortopedica, utile per valutare dolori ricorrenti o per riprendere l’attività fisica in modo sicuro


Benessere metabolico e nutrizione

Consulenza nutrizionale

Rivedere le abitudini alimentari con il supporto di un professionista permette di:

  • correggere eventuali carenze
  • ottimizzare il metabolismo
  • migliorare energia e performance quotidiana
  • sostenere il sistema immunitario

Un percorso nutrizionale strutturato può avere un impatto significativo sulla prevenzione cardiovascolare e sul benessere generale.


Salute mentale e gestione dello stress

Lo stress cronico è uno dei fattori di rischio più trascurati: influenza sonno, immunità, metabolismo e qualità della vita. Integrare la salute mentale nel percorso di prevenzione significa completare la cura della persona, non solo dal punto di vista clinico ma anche emotivo e relazionale.


Un calendario di prevenzione che guida tutto l’anno

La prevenzione è un percorso, non un singolo appuntamento. Pianificare visite ed esami a inizio anno consente di affrontare i mesi successivi con maggiore consapevolezza, riducendo il rischio di diagnosi tardive e garantendo continuità nei controlli.

Il confronto con il medico di base rimane fondamentale: permette di stabilire priorità, personalizzare gli accertamenti e organizzare un piano annuale efficace e sostenibile.

Stanchezza dopo le feste: quando l’affaticamento non è solo un effetto temporaneo

La stanchezza che spesso si avverte dopo le festività natalizie è un’esperienza comune. Durante questo periodo, i ritmi quotidiani vengono alterati da un sonno irregolare, un’alimentazione più ricca e una minore attività fisica, tutti fattori che influenzano l’equilibrio generale dell’organismo. Questi cambiamenti, seppur temporanei, richiedono tempo per essere smaltiti, lasciando un senso di affaticamento che persiste anche dopo la fine delle celebrazioni.

Secondo le linee guida del National Institute for Health and Care Excellence, un ente pubblico del Regno Unito che fornisce linee guida, raccomandazioni e standard su come migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria e sociale, la durata e l’impatto della stanchezza sulla vita quotidiana rappresentano elementi centrali per distinguerne la natura fisiologica da una condizione che richiede valutazione medica.

Stanchezza fisiologica: un adattamento dell’organismo

Durante le festività l’organismo si adatta a variazioni concentrate in un breve periodo: orari del sonno frammentati, maggiore carico digestivo, ridotta esposizione alla luce naturale e aumento dello stress psicofisico.

Studi pubblicati sul Journal of Clinical Sleep Medicine mostrano che una disorganizzazione temporanea dei ritmi circadiani riduce l’efficienza del recupero energetico, favorendo una sensazione di affaticamento generalizzato.

In questa fase, la stanchezza svolge una funzione di segnalazione e tende a ridursi con il ripristino di abitudini regolari.

Quando la stanchezza persiste oltre il rientro nella routine

Se l’affaticamento si mantiene per settimane, anche in presenza di un riposo adeguato, il quadro assume un significato clinico diverso.

Le condizioni frequentemente associate alla stanchezza persistente nel periodo post-festivo sono:

Alterazioni metaboliche, in particolare dell’assetto glicemico e lipidico

Le alterazioni nei parametri metabolici, come la glicemia elevata o i livelli di colesterolo fuori norma, causano una stanchezza persistente. Se la glicemia è alta, il corpo non utilizza correttamente l’energia proveniente dagli zuccheri, portando a una sensazione di stanchezza cronica.

Carenze nutrizionali, soprattutto di ferro, vitamina D e vitamine del gruppo B

Le carenze nutrizionali sono una delle cause più comuni di stanchezza persistente. Il ferro, la vitamina D e le vitamine del gruppo B sono cruciali per il benessere energetico e metabolico.
La carenza di ferro può causare anemia, che riduce il trasporto di ossigeno ai muscoli e ai tessuti, causando affaticamento. La carenza di vitamina D, particolarmente comune nei mesi invernali, è frequentemente associata a una sensazione di affaticamento persistente. La ridotta esposizione alla luce solare durante l’inverno compromette la sintesi di questa vitamina, essenziale per il metabolismo energetico, il funzionamento muscolare e il sistema immunitario. Una carenza di vitamina D si traduce spesso in una sensazione di stanchezza generale e in una difficoltà maggiore nel recupero fisico e mentale.

Squilibri ormonali, con particolare attenzione alla funzione tiroidea

La stanchezza può essere un segno di squilibri ormonali, in particolare legati alla tiroide. Una tiroide ipoattiva (ipotiroidismo) rallenta i processi metabolici, causando affaticamento.
Le persone con ipotiroidismo spesso avvertono una stanchezza che non scompare nemmeno con il riposo, oltre a sintomi come aumento di peso, pelle secca e capelli fragili.

Stati infiammatori di basso grado

Un’infiammazione cronica di basso grado contribuisce alla sensazione di affaticamento e a problemi di salute a lungo termine. In condizioni come l’obesità o malattie autoimmuni, l’infiammazione costante nel corpo compromette la funzionalità dei sistemi energetici e indebolire il corpo, aumentando la sensazione di stanchezza.

Disturbi del sonno non diagnosticati

I disturbi del sonno, come l’apnea ostruttiva del sonno o l’insonnia, sono strettamente legati alla stanchezza persistente. La qualità del sonno influisce direttamente sui livelli di energia durante il giorno. Le persone con apnea del sonno non si riposano correttamente durante la notte, svegliandosi frequentemente e non riuscendo a recuperare l’energia necessaria.

I segnali che accompagnano la stanchezza clinica

L’affaticamento cronico diventa clinicamente rilevante quando si presenta correlato ad altre sintomatologie come:

  • difficoltà di concentrazione
  • sonno non ristoratore
  • ridotta tolleranza allo sforzo fisico
  • cefalea ricorrente
  • sensazione di debolezza generalizzata

La presenza contemporanea di questi segnali indica la necessità di un inquadramento strutturato.

Il ruolo della valutazione medica nella stanchezza persistente

Un approccio clinico corretto parte dall’ascolto del paziente e dall’analisi del contesto: stile di vita, alimentazione, qualità del sonno, livelli di stress e storia clinica. È fondamentale consultare il proprio medico di base come primo passo, in quanto può orientare verso la corretta diagnosi e definire il percorso più appropriato.

La valutazione medica consente di:

  • distinguere una condizione fisiologica da una alterazione clinica
  • identificare eventuali carenze o squilibri
  • orientare esami mirati, evitando accertamenti inutili
  • impostare un percorso di recupero personalizzato

Un inquadramento precoce della stanchezza persistente migliora la qualità della vita e riduce il rischio di cronicizzazione del sintomo.

Esami da fare quando la stanchezza persiste

Quando l’affaticamento perdura è fondamentale eseguire alcuni esami per individuare le cause sottostanti.

Ecco i principali test consigliati:

  1. Emocromo completo
    Utile per valutare lo stato del sangue, rilevare anemia e identificare segni di infezione o altre anomalie.
  2. Esami del ferro (ferritina, transferrina, saturazione transferrina)
    Per escludere carenze di ferro, che possono causare stanchezza anche senza anemia conclamata.
  3. Test della funzione tiroidea (TSH, FT3, FT4)
    Fondamentale per escludere disfunzioni tiroidee, che influenzano direttamente l’energia e il metabolismo.
  4. Dosaggio della vitamina D
    La carenza di vitamina D è comune nei mesi invernali e può causare sintomi di affaticamento persistente.
  5. Esami metabolici di base
    Glicemia, colesterolo totale, HDL, LDL e trigliceridi: utili per valutare l’equilibrio metabolico e identificare eventuali disfunzioni.
  6. Vitamine del gruppo B
    Test per la carenza di vitamine come B12 e folato, che possono causare affaticamento e difficoltà di concentrazione.

Gennaio è il mese ideale per la prevenzione della salute

Il periodo successivo alle festività rappresenta una fase particolarmente favorevole per valutare il proprio stato di salute. Dopo le alterazioni nei ritmi quotidiani, gennaio è il momento perfetto per riprendere in mano la propria salute e fare il punto su eventuali segnali del corpo. L’organismo fornisce segnali chiari che, se correttamente interpretati, permettono di intervenire in modo tempestivo e mirato, evitando che piccoli squilibri diventino problematiche più gravi nel lungo periodo.

Alla Casa del Sole la stanchezza persistente viene affrontata come parte di un percorso di prevenzione più ampio, che integra valutazione clinica, esami di laboratorio e attenzione alla persona nella sua globalità. L’obiettivo non è solo individuare una causa, ma accompagnare il paziente verso il recupero dell’equilibrio e del benessere nel tempo.

La stanchezza non è un nemico da ignorare, né un sintomo da medicalizzare in modo automatico. È un segnale che richiede ascolto, contesto e competenza.

Riconoscerla, comprenderne l’origine e affidarsi a una valutazione professionale permette di trasformarla in un’opportunità di prevenzione e di cura consapevole.

Giornata internazionale del benessere sessuale: perché parlarne è prevenzione  

Giornata internazionale del benessere sessuale

La sessualità è una dimensione fondamentale dell’esperienza umana, eppure viene spesso relegata ai margini del discorso pubblico, trattata come un argomento scomodo o esclusivamente clinico. Parlare di benessere sessuale significa invece riconoscere che corpo, desiderio, relazioni e identità sono elementi profondamente interconnessi, che meritano ascolto, rispetto e cura.  

In occasione della Giornata internazionale del benessere sessuale, che si celebra ogni 4 settembre, è essenziale ampliare lo sguardo: non limitarsi alla prevenzione sanitaria, ma promuovere una cultura che abbracci la complessità della sessualità. Questo cambiamento richiede consapevolezza individuale, responsabilità collettiva, educazione affettiva, tutela dei diritti e ambienti inclusivi.  

Cosa si intende per salute sessuale 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute sessuale come “uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità”. Un’espressione che, nella sua apparente semplicità, racchiude una visione più ampia: non si tratta solo di assenza di malattia, ma presenza di piacere, sicurezza, libertà e dignità.  

La salute sessuale comprende:  

  • il diritto all’autodeterminazione del corpo;  
  • la possibilità di vivere relazioni consensuali e appaganti;  
  • l’accesso a informazioni scientificamente corrette;  
  • la protezione da violenze, coercizioni e discriminazioni.  

Affrontare questo tema significa quindi parlare di equità, giustizia sociale e diritti umani. Il benessere intimo non è un privilegio, ma una condizione essenziale per una vita piena e libera.  

Perché parlare di benessere sessuale è fondamentale 

Il silenzio che circonda la sessualità è spesso il frutto di retaggi culturali, religiosi e educativi che l’hanno associata al peccato e alla vergogna. Questo silenzio genera insicurezza, alimenta stereotipi e ostacola l’accesso a cure e informazioni.  

Aprire un dialogo sul benessere sessuale significa:  

  • decostruire tabù e normalizzare il linguaggio del corpo;  
  • promuovere l’alfabetizzazione sessuale fin dall’infanzia  
  • valorizzare il consenso come principio relazionale;  
  • offrire spazi sicuri per il confronto con professionisti.  

I dati sulle infezioni sessualmente trasmissibili 

In Europa, secondo l’ultimo rapporto epidemiologico 2023 del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), i casi sono in forte aumento. 

  • Gonorrea: quasi 97.000 casi confermati, con un incremento del 31% rispetto al 2022 e del 321% rispetto al 2014. Le fasce più colpite sono le donne tra i 20 e i 24 anni e gli uomini tra i 25 e i 34 anni; il 58% dei casi riguarda uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini (MSM). 
  • Sifilide: oltre 41.000 casi, con un aumento del 13% in un solo anno e un raddoppio rispetto al 2014. Il 72% delle diagnosi riguarda MSM. 
  • Clamidia: rimane l’infezione sessualmente trasmissibile batterica più diffusa, con oltre 230.000 casi nel 2023, particolarmente frequente tra le giovani donne di 20-24 anni. 
     

Le nuove linee guida dell’OMS

A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente ampliato le proprie linee guida per la prevenzione e la cura delle infezioni sessualmente trasmissibili (IST), introducendo raccomandazioni mirate alla gestione delle infezioni asintomatiche e al miglioramento dell’erogazione dei servizi sanitari. Le nuove indicazioni prevedono: 

  • screening specifici per gonorrea e clamidia nei contesti ad alta prevalenza, con particolare attenzione a donne in gravidanza, adolescenti e giovani sessualmente attivi (10-24 anni), sex worker e MSM; 
  • controlli almeno annuali, o semestrali per le popolazioni più esposte; 
  • una maggiore integrazione dei servizi, anche attraverso strumenti digitali, e una sorveglianza più capillare della resistenza agli antibiotici. 

Questi dati e aggiornamenti mettono in evidenza l’urgenza di rafforzare le strategie di prevenzione: campagne di informazione mirate, accesso facilitato ai test, vaccinazioni e trattamenti tempestivi. Allo stesso tempo, richiamano l’attenzione sulla necessità di politiche nazionali più aggiornate e inclusive, per colmare le lacune ancora presenti nella lotta alle IST. 

Come migliorare la salute sessuale 

Coltivare il benessere sessuale significa adottare comportamenti consapevoli che tutelano la salute, rafforzano la fiducia e favoriscono relazioni sane. Non si tratta di seguire regole rigide, ma di compiere scelte informate, nel rispetto di sé e degli altri.  

1. Cura medica e prevenzione 

  • Visite regolari: ginecologi, andrologi, urologi o sessuologi permettono di monitorare la salute e affrontare eventuali problematiche in modo tempestivo. Un medico competente e accogliente diventa un alleato prezioso. 
  • Screening e test periodici: Pap test (test di Papanicolaou), l’HPV test (test per il papillomavirus umano), tamponi e test per le infezioni sessualmente trasmissibili ed epatiti, sono strumenti fondamentali di prevenzione. La frequenza e il tipo di esame vanno personalizzati in base all’età, allo stile di vita e alla storia clinica. 
  • Contraccezione consapevole: esistono molte opzioni (preservativi, pillola, spirale, impianti, metodi naturali). La scelta deve essere informata, condivisa e rispettosa delle esigenze individuali. 

2. Educazione sessuale e affettiva 

  • Alfabetizzazione sessuale: conoscere l’anatomia, il funzionamento del desiderio, le dinamiche del consenso e le emozioni è fondamentale per vivere relazioni sane. 
  • Decostruzione dei miti: superare stereotipi come “il sesso è solo penetrazione” o “il piacere è uguale per tutti” libera la sessualità da modelli rigidi e spesso dannosi. 
  • Educazione continua: la sessualità evolve nel tempo. Informarsi, confrontarsi e aggiornarsi è utile a ogni età. 

3. Comunicazione e relazioni 

  • Dialogo con il partner: parlare apertamente di desideri, limiti, fantasie e paure favorisce fiducia e complicità. 
  • Consenso esplicito e reciproco: il consenso è presenza attiva di volontà e non è solo assenza di rifiuto. Deve essere continuo, informato e revocabile. 
  • Gestione delle differenze: imparare a navigare le divergenze sessuali con empatia e rispetto è parte integrante del benessere relazionale. 

4. Benessere psicologico e sessualità 

  • Accettazione del corpo: l’immagine corporea influisce profondamente sulla sessualità. Lavorare sull’autostima e sull’accettazione migliora il piacere e la sicurezza. 
  • Gestione dello stress e delle emozioni: ansia, depressione, traumi o difficoltà relazionali influenzano la vita sessuale. Il supporto psicologico è uno strumento prezioso. 
  • Sessualità e neurodivergenze: persone con ADHD, autismo o altre neurodivergenze vivono la sessualità in modi diversi. Serve un approccio inclusivo e personalizzato. 

Sessualità e benessere: un diritto per tutti 

Il benessere sessuale è parte integrante della salute individuale. Riguarda ogni persona, indipendentemente da età, genere, orientamento o condizione sociale.  

Celebrare questa giornata significa affermare che prendersi cura della propria sessualità è un atto di responsabilità, di autodeterminazione e di amore verso sé stessi. È un invito a costruire una società più consapevole, rispettosa e libera.  

Prenota una visita con i nostri specialisti per iniziare a prenderti cura del tuo benessere sessuale con consapevolezza e serenità. 

Cistite: come affrontarla con le abitudini giuste  

La cistite è un’infiammazione delle vie urinarie che interessa soprattutto la vescica e colpisce con maggiore frequenza le donne, ma non è da escludere anche nell’uomo. Imparare a riconoscerla e sapere cosa fare e cosa evitare è fondamentale per affrontarla in modo efficace e ridurre il rischio di ricadute. 

Perché viene la cistite: le cause più comuni 

Secondo la Fondazione Veronesi, la cistite è spesso legata a una combinazione di fattori che favoriscono l’irritazione o l’infezione delle vie urinarie. Le cause sono: 

  • Infezione batterica (in genere da Escherichia coli
  • Rapporti sessuali non protetti o troppo ravvicinati 
  • Alimentazione irritante per la vescica 
  • Igiene intima scorretta 
  • Alterazioni ormonali 
  • Uso di indumenti troppo stretti o sintetici 

Sintomi da riconoscere subito  

Come indicato dall’Istituto Superiore di Sanità, la cistite presenta sintomi riconoscibili che, se individuati precocemente, permettono di agire in modo tempestivo e ridurre il rischio di complicanze. 

Tra i sintomi più frequenti troviamo: 

  • Bruciore e dolore durante la minzione 
  • Stimolo urinario frequente e urgente 
  • Urina torbida o maleodorante 
  • Sensazione di peso al basso ventre 
  • In alcuni casi, presenza di sangue nelle urine 

Cosa fare quando compaiono i sintomi 

Il primo passo è consultare il medico ed eseguire esami delle urine e urinocoltura per confermare la diagnosi e l’origine della causa. È importante non iniziare trattamenti “fai da te”, per evitare l’uso scorretto degli antibiotici e il rischio di resistenze. 

Abitudini efficaci per prevenire la cistite 

Oltre alla terapia, alcune buone abitudini quotidiane aiutano a prevenire la comparsa della cistite o a ridurne la frequenza: 

  • Bere molta acqua durante la giornata 
  • Non trattenere mai l’urina 
  • Curare l’igiene intima senza eccedere nei lavaggi 
  • Indossare biancheria in cotone traspirante 
  • Urinare prima e dopo i rapporti 
  • Evitare l’uso eccessivo di assorbenti interni o salva-slip 

Cosa mangiare (e cosa evitare) in caso di cistite 

L’alimentazione gioca un ruolo importante nella prevenzione e nella gestione della cistite. Alcuni cibi irritano la parete della vescica, accentuando bruciore e dolore, mentre altri aiutano a sfiammare l’infiammazione e a mantenere le urine più diluite. 

Durante la fase acuta si devono eliminare o ridurre fortemente tutti gli alimenti irritanti, come cibi piccanti, salse a base di pomodoro, agrumi, cioccolato, caffè e alcolici. Anche le bevande zuccherate o contenenti dolcificanti artificiali peggiorano i sintomi. 

Meglio privilegiare una dieta semplice, a base di verdure cotte, cereali integrali, frutta non acida (come mela e banana), proteine leggere (come pollo e pesce) e abbondante acqua naturale. Bere molto è fondamentale per aiutare l’organismo a eliminare i batteri attraverso le urine. 

Ogni persona reagisce in modo diverso a determinati cibi: per questo motivo, è utile osservare le proprie reazioni e parlarne con il medico o un nutrizionista. 

 
Cistite post-coitale: come prevenirla dopo i rapporti 

La cistite post-coitale è una forma frequente, soprattutto nelle donne, e si manifesta dopo i rapporti sessuali. In questi casi, i sintomi tipici della cistite compaiono entro poche ore o il giorno successivo, con bruciore, urgenza urinaria e dolore al basso ventre. 

Il motivo principale è la risalita dei batteri lungo l’uretra durante il rapporto, in particolare quando la flora batterica vaginale è alterata o quando ci sono condizioni anatomiche favorevoli (come un’uretra molto corta). 

Per prevenirla è importante seguire alcune semplici accortezze: 

  • Urinare subito dopo il rapporto per aiutare a eliminare eventuali batteri 
  • Curare l’igiene intima, senza esagerare con i lavaggi 
  • Utilizzare detergenti con ph acido e non aggressivi 
  • Mantenere una buona idratazione 
  • Parlare con il ginecologo in caso di episodi ricorrenti: esistono protocolli specifici per la prevenzione, che includono anche l’uso mirato di integratori o, in alcuni casi, antibiotici a basso dosaggio sotto controllo medico. 

Prendere sul serio la cistite dopo i rapporti è importante, perché la ripetizione frequente degli episodi influisce sulla qualità della vita e sulla serenità della sfera intima. 

Cistite interstiziale: quando non è un’infezione 

Esistono anche forme di cistite più gravi, come la cistite interstiziale, non causata da infezione ma legata a una disfunzione cronica della parete vescicale. La cistite interstiziale è più diffusa di quanto si pensi, ma viene spesso sottodiagnosticata perché i sintomi imitano quelli della cistite batterica, senza però rispondere agli antibiotici. 

I disturbi includono dolore pelvico, stimolo urinario frequente e fastidio durante i rapporti. Le cause esatte sono diverse da persona a persona, ma spesso nasce da cistiti trascurate o curate male, che danneggiano la mucosa e portano a infiammazione e ipersensibilità cronica. Il trattamento è personalizzato e può includere dieta mirata, farmaci sintomatici, infiltrazioni vescicali di acido ialuronico e fisioterapia del pavimento pelvico.  

Ascoltare i segnali del proprio corpo, curare l’igiene, seguire un’alimentazione adeguata e rivolgersi al medico in caso di sintomi ricorrenti sono le basi per tutelare il benessere delle vie urinarie e prevenire le recidive. 

28 febbraio: Giornata mondiale delle malattie rare

Malattie Rare

Il 28 febbraio si celebra la Giornata delle Malattie Rare, un evento mondiale che ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sulle stesse e di mettere in luce il loro effetto sulla vita dei pazienti che ne sono affetti.  

In Europa una malattia si definisce rara quando colpisce non più di 5 individui ogni 10mila persone. Si conoscono tra le 6mila e le 8mila malattie rare, molto diverse tra loro ma spesso con comuni problemi di ritardo nella diagnosi, mancanza di una cura, e carico assistenziale. 

Nel loro insieme, rappresentano una sfida sanitaria di grande rilevanza, coinvolgendo milioni di persone in tutto il mondo. Nonostante la loro rarità individuale, il numero complessivo di queste patologie le rende un problema significativo per i sistemi sanitari e per la società. 

Origine e caratteristiche delle malattie rare 

Si stima che circa l’80% delle malattie rare abbia un’origine genetica, mentre il restante 20% sia legato a cause multifattoriali. Queste ultime possono derivare da una combinazione di predisposizione individuale e fattori esterni, come l’ambiente o l’alimentazione, oppure dall’interazione tra genetica e fattori ambientali.

Queste patologie possono manifestarsi in momenti diversi della vita: alcune si presentano già in fase prenatale, altre alla nascita o durante l’infanzia, mentre alcune insorgono solo in età adulta. 

Nonostante l’eterogeneità di queste patologie, esistono alcune problematiche comuni che i pazienti e le loro famiglie si trovano ad affrontare: 

  • Difficoltà nella diagnosi: il percorso per ottenere una diagnosi corretta è spesso lungo e complesso; 
  • Limitate opzioni terapeutiche: molte di queste non dispongono di cure risolutive; 
  • Impatto cronico e invalidante: in molti casi, la malattia comporta una gestione a lungo termine con conseguenze sulla qualità della vita; 
  • Peso sociale e familiare: il supporto ai pazienti coinvolge non solo il sistema sanitario, ma anche le famiglie e la società. 

Il ruolo delle istituzioni 

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha fatto progressi significativi nella comprensione dei meccanismi alla base delle malattie rare, ma è fondamentale continuare a investire per sviluppare nuove strategie diagnostiche e terapeutiche. 

In Italia, dal 2001 sono stati istituiti strumenti fondamentali per migliorare la gestione di queste patologie: 

Aumentare la consapevolezza sulle malattie rare è essenziale per migliorare la diagnosi precoce, favorire la ricerca e garantire ai pazienti il supporto di cui hanno bisogno. Ogni passo avanti nella conoscenza e nella cura di queste patologie può fare la differenza per milioni di persone. 

Disturbo Affettivo Stagionale (SAD)

Ad oggi è ormai noto come il cambiar delle stagioni riesca a influenzare il comportamento e l’umore dell’uomo ma, già nel 400 a.C., Ippocrate descrisse un disturbo depressivo correlato ai cambiamenti stagionali, e in quell’epoca i medici greco-romani erano soliti curare la depressione con l’esposizione diretta alla luce solare. 

Dopo molti anni, nel 1984 venne diagnosticato il Disturbo Affettivo Stagionale, caratterizzato da episodi depressivi prevalentemente in autunno e in inverno, con remissione dei sintomi durante la primavera e l’estate. 

Che cos’è?

Il Disturbo Affettivo Stagionale è un disturbo dell’umore caratterizzato da episodi depressivi ricorrenti in specifiche stagioni dell’anno.  
Chi ne soffre, presenta sintomi depressivi che seguono un andamento ciclico e prevedibile. 

Quali sono i sintomi 

Tra i sintomi più comuni è possibile trovare: 

  • l’alterazione del sonno; 
  • l’iperfagia; 
  • la stanchezza mentale e fisica; 
  • la difficoltà di concentrazione; 
  • un generale senso di confusione; 
  • Irritabilità. 

Nell’ultima recente edizione del manuale diagnostico dei disturbi mentali, il SAD viene riconosciuto come una vera e propria categoria diagnostica. 

È possibile distinguere due forme di SAD: la forma invernale e la forma estiva. 
La prima esordisce in autunno, raggiunge la massima intensità nei mesi invernali e si ‘risolve’ con l’arrivo della primavera. La forma estiva invece, si manifesta in primavera, peggiora durante l’estate e si attenua in autunno.  

Le cause 

Sono state sviluppate diverse teorie per spiegare la patologia del Disturbo Affettivo Stagionale, recentemente è stato evidenziato uno studio condotto dalla dott.ssa Brenda Mc Mahon e dall’Università di Copenaghen, il quale ha ipotizzato che nelle persone affette da SAD la produzione di serotonina subisca variazioni stagionali e varia in base alla quantità di luce presente. 

Attraverso scansioni celebrali con la Tomografia a emissione di positroni, su 11 pazienti con SAD e 23 soggetti sani, lo studio ha rilevato livelli più elevati di serotonina nei mesi invernali nei pazienti che soffrivano di SAD.  
Questo incremento favorirebbe una maggiore rimozione della serotonina contribuendo così alla sintomatologia depressiva, mentre nei soggetti sani tale fenomeno non veniva manifestato. 
Il trasportatore della serotonina (SERT) conduce indietro la serotonina nelle cellule nervose in cui non è attiva, in modo che più alta è l’attività SERT, minore è l’attività della serotonina. 

Un’altra teoria coinvolge la melatonina, un ormone regolato dall’esposizione alla luce solare. Prodotta dalla ghiandola pineale, la sua secrezione è controllata dall’orologio circadiano endogeno ma può essere modificata dalla luce solare.  
Troppa melatonina può causare sonnolenza, apatia e debolezza, sintomi comuni del SAD. 

Il Disturbo Affettivo Stagionale è un disturbo dell’umore presente più frequentemente nelle donne, che sono associate a un rischio aumentato di circa quattro volte rispetto agli uomini. 

I rimedi 

Una dieta equilibrata, il ridurre l’assunzione di caffeina e fare esercizio fisico possono aiutare, come anche il trascorrere più tempo possibile all’aria aperta perché, anche quando è nuvoloso, la luce è sempre superiore che al chiuso. 

Attualmente, i trattamenti più efficaci per il SAD sono la fototerapia, la terapia farmacologica, la somministrazione di aria ionizzata e il completamento temporizzato della melatonina. 

La fototerapia, considerata il trattamento più efficace, si basa sull’uso di una lightbox, una lampada che emette una quantità di luce nettamente superiore a quella di una normale lampada a incandescenza.  
Viene praticata a 30-60 centimetri dalla fonte luminosa, con gli occhi aperti ma senza fissare la luce per un tempo che va dai 30 ai 60 minuti. 

La fototerapia può anche consistere nell’esposizione naturale alla luce del sole, trascorrendo più tempo all’esterno o utilizzando un eliostato controllato da un computer per riflettere la luce del sole nelle finestre di casa o dell’ufficio. 

Qualora questa non risulti sufficiente, si ricorre alla terapia farmacologica a base di antidepressivi. 

La somministrazione di aria ionizzata consiste nel rilascio di particelle cariche nell’ambiente durante il sonno e si è dimostrata efficace nel 47,9% dei casi, ma solo se la quantità di ioni negativi rilasciati è sufficiente. 

Infine, l’esercizio fisico è un’ottima terapia antidepressiva, soprattutto se combinato con altri trattamenti per il SAD, migliora l’umore e riduce i sintomi depressivi. 

Dott. Tuccinardi: nuovi farmaci per l’obesità. Un supporto concreto per la perdita di peso

Farmaci per l'obesità

Il Dott. Franco Tuccinardi, consulente endocrinologo presso Clinica Casa del Sole, approfondisce in una video intervista i recenti progressi nella lotta contro l’obesità grazie all’introduzione di nuovi farmaci.

Oggi emergono nuove terapie farmacologiche per il trattamento dell’obesità le quali, insieme al movimento e a una corretta alimentazione, possono migliorare significativamente i risultati. Molecole come la semaglutide e tirzepatide si stanno dimostrando efficaci nell’indurre una perdita di peso significativa, fino al 20%, accompagnata da rilevanti benefici per la salute cardiovascolare e metabolica.

Questi farmaci, già disponibili e prescrivibili sotto supervisione medica, rappresentano una nuova speranza per chi combatte contro questa patologia.

Approfondisci tutti i dettagli nella video intervista.

Primo soccorso: come agire in situazioni di emergenza? 

Primo soccorso

 Il primo soccorso è un insieme di tecniche immediate da adottare in situazioni di emergenza per salvare vite umane, ridurre i danni e stabilizzare la persona in attesa dei soccorsi. Per la Giornata Mondiale del Primo Soccorso, Casa del Sole vuole sensibilizzare tutti sull’importanza di conoscere le basi di queste tecniche, poiché chiunque potrebbe trovarsi nella condizione di dover intervenire.  

Vogliamo ricordare, però, per chi non è un esperto, che il supporto telefonico del 112 o di un altro numero di emergenza locale sarà fondamentale per ricevere indicazioni precise su come agire. 

 Quindi, come muoversi? 

Cosa si intende per primo soccorso e quali sono i numeri fondamentali da chiamare?

Cosa si intende per primo soccorso e quali sono i numeri fondamentali da chiamare 

 Il primo soccorso è un intervento tempestivo che mira a stabilizzare un individuo che ha subito un trauma o un malore, prima dell’arrivo di personale medico qualificato. 

In Italia, il numero da chiamare per emergenze sanitarie è il 112, ma potrebbe variare in base al Paese o alla regione in cui ci si trova. Durante la chiamata, è cruciale fornire informazioni precise sulla situazione: il tipo di emergenza, il numero di persone coinvolte e il luogo dell’incidente. 

Le regole fondamentali  

Per chi si trova a prestare primo soccorso, è importante seguire alcune regole chiave: 

  • Chiama immediatamente il 112 o il numero di emergenza locale, e spiega con calma cosa è successo e dove ti trovi.
  • Valuta lo stato di coscienza: chiedi alla persona coinvolta se può sentirti e rispondere. Controlla il respiro e il battito cardiaco. 
  • Inizia la rianimazione cardiopolmonare (RCP) solo se la persona non respira o se non rilevi il battito cardiaco. Comprimi con forza al centro del torace, seguendo un ritmo di 100-120 compressioni al minuto. Se sei addestrato, alterna le compressioni con 2 ventilazioni. Se non hai mai fatto questa manovra, non ti preoccupare: l’operatore sanitario al telefono ti aiuterà a gestire la situazione. 
  • In caso di ferite sanguinanti, applica pressione diretta sulla ferita con un panno pulito e, se possibile, solleva la parte colpita sopra il livello del cuore. 
  • Monitora costantemente la vittima e mantieni la calma fino all’arrivo dei soccorsi. Come ricordato, gli operatori del 112 potranno aiutarti telefonicamente durante le manovre, se necessario. 

Cosa non fare in caso di emergenza   

Chi non ha esperienza nel primo soccorso deve ricordare di mantenere la calma e agire seguendo le indicazioni ricevute telefonicamente dagli operatori sanitari.  

Per la tua sicurezza e, soprattutto, per la salute della vittima:  

  • Non improvvisare manovre senza guida: eseguire tecniche errate può causare ulteriori danni. 
  • Non somministrare cibi, bevande o farmaci alla persona soccorsa, a meno che non sia strettamente necessario e tu sia certo della diagnosi. 
  • Non lasciare mai la vittima incustodita, tranne nei casi in cui devi procurarti aiuto immediato. 

Il corso di primo soccorso: cos’è e cosa prevede 

Partecipare a un corso di primo soccorso è il modo migliore per essere pronti a intervenire correttamente in situazioni di emergenza. I corsi sono organizzati da enti come la Croce Rossa Italia e includono: 

  • Teoria: lezioni sulle principali tecniche di soccorso, come il trattamento di ferite, ustioni e fratture. 
  • Pratica: esercitazioni di RCP, uso del defibrillatore (AED) e gestione delle vie aeree ostruite. 
  • Certificazioni: al termine del corso, si riceve un attestato che certifica le competenze acquisite, utile anche in ambito lavorativo.